#Imputabilità #CulturaOrganizzativa #ResponsabilitàPersonale #SensoDelLavoro#LeadershipConsapevole #OrganizzazioniComplesse #TrasformazioneCulturale #ScelteUmane Archivi | Roberta Martini

 

Ogni anno, quando arrivano le vacanze, torna la stessa frase:
“Ho bisogno di staccare da tutto, non voglio pensare a niente.”

Il bisogno di pausa è legittimo. Ma l’idea di “non pensare a niente” è, allo stesso tempo, poco realistica e poco salutare. Non possiamo spegnere la mente a comando, e soprattutto rischiamo di perdere una grande opportunità: usare le vacanze come spazio protetto per riprendere contatto con desideri, valori e speranza.

Le vacanze, proprio perché ci portano in contesti di bellezza o di significato per noi, per esempio mare, montagna, città d’arte, luoghi affettivi, possono diventare un laboratorio di PEA: uno stato mentale ed emotivo che, nella teoria di Richard Boyatzis, è alla base del cambiamento intenzionale e rigenerante.

In questo articolo esploriamo cosa significa PEA e NEA, perché le vacanze sono un momento privilegiato per attivare il PEA e come usare questa energia per rientrare con più lucidità nel NEA, senza cadere nel cinismo o nella rassegnazione.

Che cosa sono PEA e NEA

Richard Boyatzis, psicologo e studioso di leadership e neuroscienze del cambiamento, parla di due stati “attrattori” che influenzano il modo in cui pensiamo, sentiamo e agiamo:

  • PEA – Positive Emotional Attractor
    È uno stato in cui siamo connessi a ciò che desideriamo davvero e a chi vorremmo diventare. Dominano emozioni come speranza, curiosità, gratitudine, gioia quieta. La mente è più aperta, creativa, capace di vedere possibilità.
  • NEA – Negative Emotional Attractor
    È lo stato in cui prevalgono preoccupazione, ansia, frustrazione, senso di minaccia. È la modalità utile quando serve concentrarsi, risolvere problemi, gestire rischi. La mente diventa più stretta, analitica, selettiva.

Entrambi servono. Non esiste una vita “solo PEA” e, onestamente, non sarebbe neppure sostenibile. Il NEA è ciò che ci permette di leggere i rischi, prendere decisioni difficili, dire dei no.

La questione non è “PEA sì, NEA no”, ma in che ordine li attiviamo e con quale intensità ci lasciamo abitare da uno rispetto all’altro.

Perché le vacanze sono un contesto PEA

Nella routine quotidiana, siamo quasi sempre immersi in logiche NEA:

  • scadenze, urgenze, problemi da risolvere
  • numeri, obiettivi, performance da raggiungere
  • mail, riunioni, micro-conflitti da gestire

La domanda dominante diventa:
Cosa devo fare oggi?

In vacanza, se ce lo permettiamo veramente, può tornare una domanda diversa:
Cosa ho voglia di fare? e, ancora più in profondità: Chi voglio diventare?

Contesti scenografici e significativi, un paesaggio naturale, un luogo che sentiamo “nostro”, tempi più larghi, facilitano spontaneamente alcuni movimenti interiori:

  • abbassiamo (almeno un pò) le difese
  • ci concediamo di notare che cosa ci fa bene e che cosa no
  • riconosciamo emozioni che durante l’anno restano sullo sfondo

Questo è terreno ideale per lo stato PEA: torna in primo piano l’ideal self, cioè l’immagine sincera di chi vorremmo essere, non per gli altri, ma per noi stessi.

Vacanza come spazio per desideri e bisogni profondi

Usare le vacanze in chiave PEA significa trasformarle in un tempo di ascolto intenzionale di bisogni e desideri, non solo in una parentesi di consumo o di fuga.

Alcune domande che possono accompagnare questo ascolto:

  • In questi giorni, che cosa mi fa veramente bene?
  • Quali momenti di queste vacanze vorrei “portarmi dietro” nella vita di tutti i giorni (un ritmo, un modo di stare con gli altri, uno spazio per me)?
  • Dove sento oggi le maggiori incoerenze tra quello che vivo e quello che desidero?
  • Qual è un desiderio che negli ultimi anni ha smesso di avere voce, e che forse merita di essere riascoltato?

Qui non si tratta di scrivere piani perfetti, ma di ridare diritto di cittadinanza alla speranza. Negli ultimi anni, molti sistemi organizzativi e personali sono stati attraversati da rassegnazione, rabbia, cinismo sottile. La speranza non è ingenuità, è una forma di responsabilità verso la propria vita.

Le vacanze possono diventare un tempo in cui ci autorizziamo a sperare, senza subito passare alla domanda: “Ma è realistico?”. Quella domanda appartiene al NEA; avrà il suo momento.

Il movimento sano: prima PEA, poi NEA

Uno degli errori più frequenti, sia nella vita personale sia nel lavoro con leader e team, è invertire l’ordine:

  1. Partiamo dai problemi, dai limiti, da ciò che non va (NEA).
  2. Cerchiamo di motivarci a partire da lì.

Il risultato spesso è un aumento di stress, di senso di inadeguatezza, di fatica mentale. Il sistema resta bloccato sulla dimensione del “dovere” e fa molta più fatica ad attivare un cambiamento sostenuto.

L’alternativa che la teoria di Boyatzis suggerisce è un’altra:

  1. PEA: Collegarsi prima alla visione: chi voglio diventare, che tipo di lavoro e di vita voglio costruire, quali sono i miei punti di forza e i momenti di eccellenza.
  2. NEA: Solo dopo, tornare con lucidità sulle incoerenze, sui gap, sulle scelte difficili da fare.

Le vacanze, se vissute in modo intenzionale, possono accompagnare proprio questo movimento:

  • Durante le vacanze: dare spazio al PEA (ideal self, desideri, valori, speranza).
  • Al rientro: usare il NEA in modo sano per porsi domande più analitiche:

Il PEA ci dice perché vale la pena cambiare.
Il NEA ci aiuta a vedere dove e come farlo.

Saltare il PEA e stare solo nel NEA significa lavorare sul cambiamento con il freno tirato.

Dal PEA estivo al NEA del rientro

Quando la vacanza finisce, non si tratta di “tornare al problema” come se tutto ciò che abbiamo sentito fosse stato un sogno. Al contrario, il rientro può diventare il tempo del NEA sano, che guarda in faccia la realtà senza demolire la speranza.

Alcune domande utili nella fase di rientro:

  • In cosa il mio quotidiano attuale è in conflitto aperto con ciò che ho riconosciuto come importante?
  • Quale gap, realistico e concreto, voglio scegliere di affrontare nei prossimi 6 – 12 mesi?
  • Di che tipo di alleanze ho bisogno per non fare questo percorso da solo/a?
  • Quale primo passo posso fare che sia un segnale chiaro – prima di tutto per me – che prendo sul serio ciò che ho sentito in vacanza?

Così PEA e NEA smettono di essere sigle astratte e diventano due movimenti del vivere: quello che sogna e quello che decide, quello che immagina e quello che fa.

Come entra questo lavoro in Syntropia

In Syntropia lavoro proprio su questi passaggi con leader, team e organizzazioni: facilitare momenti in cui le persone possano riconnettersi a visioni e desideri (PEA), e poi accompagnarle nel tradurre quella direzione in scelte, comportamenti e trasformazioni concrete (NEA), senza perdere senso.

In questo anno ho lavorato più del solito.
Ho facilitato, progettato, accompagnato persone e organizzazioni.
Cose che amo. Cose in cui mi riconosco, sì, sono stata felice.

Ma a un certo punto ho notato qualcosa.

La mia attenzione, il mio entusiasmo, la mia curiosità erano totalmente rivolti ai temi professionali.
Cosa c’è di male? In sé, nulla.

Se non fosse che l’altro mondo, quello ricco, variegato, bello, strano, mi interessava meno.
Ero meno a contatto emotivo con la vita nella sua pluralità, solo con una sfaccettatura di essa.

Sul lavoro ero lucida, efficace, presente.
Ma ho perso qualcosa.

Quella bellezza interiore che sento quando mi emoziono davvero.
Quel calore che mi attraversa quando qualcosa, un paesaggio, una storia, una conversazione inaspettata, mi tocca.

L’anima, il cuore, hanno bisogno di pluralità per non atrofizzarsi.

Allora ho voluto fare una cosa: ho cercato se questa fosse un’esperienza tutta mia oppure avesse dei fondamenti teorici.

Cosa immaginate abbia trovato?

Se vi va di approfondire, ho raccolto alcune ricerche e riflessioni in un articolo sul mio sito.

Cosa immaginate abbia trovato di questa strana combinazione di pienezza e vuoto:
molta soddisfazione professionale, molta efficacia,
e al tempo stesso meno contatto emotivo con il mondo nella sua pluralità.

Mi sono chiesta: è solo una storia personale, o c’è qualcosa che la psicologia ha già osservato?

Sono andata a vedere cosa dicono le ricerche su tre temi:

  • gli stati di flow (quando siamo totalmente immersi in ciò che facciamo),
  • la differenza tra doing mode e being mode della mente,
  • il confine sottile tra work engagement e eccesso di investimento nel lavoro.

Spoiler: non sono sola.

 

  1. Il flow: quando l’immersione totale ha un lato oscuro – Mihaly Csikszentmihalyi e F. Aust et al. (2022)

Mihaly Csikszentmihalyi, il padre del concetto di flow, descrive questo stato come un’esperienza ottimale. Già nei suoi scritti, però, compaiono le prime note di cautela: il flow è uno stato in cui “siamo così coinvolti in un’attività che nient’altro sembra importare”.

Studi più recenti parlano esplicitamente del “dark side of flow”, mostrando come l’assorbimento totale possa diventare una forma di dipendenza dall’attività stessa: si cercano sempre più spesso quelle condizioni, si riduce lo spazio per tutto il resto, ci si identifica quasi esclusivamente con ciò in cui si performa bene.

È molto vicino a ciò che descrivevo:

  • lucidità, efficacia, centratura nel lavoro,
  • e nello sfondo un progressivo “abbassarsi del volume” del resto del mondo.

 

  1. Doing mode vs Being mode: due modi di stare al mondo – Mark Williams e John Teasdale

Il secondo filone che ho esplorato è quello della mindfulness e della psicologia cognitiva.
Mark Williams, John Teasdale e i colleghi che hanno sviluppato la Mindfulness-Based Cognitive Therapy descrivono due modalità fondamentali della mente: il “doing mode” e il “being mode”.

  • Il doing mode è orientato a obiettivi, soluzioni, risultati, miglioramento.
    È la modalità che ci rende efficaci, organizzati, performanti.
  • Il being mode è orientato alla pura presenza: al sentire, al notare, al contatto diretto con l’esperienza, senza doverla trasformare in qualcosa.

Le ricerche mostrano che quando la nostra vita mentale è dominata dal doing mode:

  • aumenta la produttività,
  • ma diminuisce la capacità di stare semplicemente in contatto con il mondo, senza dover “farci qualcosa”.

Quello che io chiamavo “pluralità di ricchezza”,paesaggi, relazioni, arte, silenzio, sorpresa, appartiene molto alla dimensione del being mode.
Se la nostra attenzione è quasi tutta fagocitata da ciò che facciamo bene (il lavoro, nel mio caso), questa pluralità può iniziare a scolorirsi.

 

  1. Quando l’engagement diventa troppo: lavoro, identità e risorse – Frontiers in Psychology (2024)

Il terzo filone è quello del work engagement: quel coinvolgimento positivo che unisce vigore, dedizione e assorbimento nel lavoro.
Wilmar Schaufeli e molti altri hanno mostrato che l’engagement è generalmente associato a:

  • migliori performance,
  • più soddisfazione,
  • meno intenzione di lasciare l’organizzazione.

Ma negli ultimi anni la domanda è diventata più sottile:
“È possibile che troppo engagement, in alcune condizioni, abbia effetti negativi?”

Alcune ricerche evidenziano che quando l’engagement è molto elevato può comparire:

  • maggiore distress psicologico nel breve periodo,
  • difficoltà a staccare mentalmente dal lavoro,
  • interferenze con il tempo e le energie da dedicare alla vita non lavorativa.

In altre parole:

  • il lavoro continua a beneficiarne (siamo efficaci, presenti, performanti),
  • ma il resto della nostra esperienza può “assottigliarsi”, diventare meno nutrito, meno abitato.

È esattamente il paradosso che sentivo:
“sono molto lucida ed efficace sul lavoro, ma mi sembra di aver perso qualcosa del mio calore e della mia bellezza quando mi emoziono.”

 

Cosa ne ricavo per me (e forse anche per noi)

Mettendo insieme questi fili, le ricerche mi dicono tre cose:

  • È normale che quando facciamo straordinariamente bene qualcosa che amiamo, la nostra attenzione si concentri quasi tutta lì.
  • È pericoloso, se questo si accompagna a una progressiva perdita di contatto con il resto.
  • È responsabilità nostra reintrodurre pluralità e spazi di “non fare”, proprio per non perdere quella bellezza interiore che non produce risultati ma tiene viva l’anima.

Le teorie mi danno parole e modelli.

Ho pensato alcune pratiche per proteggere la pluralità (e la bellezza interiore):

  • Creare micro-spazi di non lavoro, anche nelle giornate piene:
  1. Camminare senza telefono tra un meeting e l’altro, anche solo 10 minuti.
  2. Guardare il paesaggio, le persone, le geometrie della città, lasciando che il mondo ti arrivi senza doverlo usare per qualcosa.
  3. Inserire consapevolmente 1-2 pause senza obiettivi al giorno, in cui non decidi prima cosa devi pensare o risolvere.
  • Proteggere seriamente i confini: tempi, spazi, linguaggi
  1. Decidere alcune fasce orarie in cui non si parla, non si scrive, non si pensa di lavoro e rispettarle come impegno verso di sé.
  2. Usare piccoli rituali di passaggio (camminata, musica, scrittura, cucina) per segnare la fine del tempo di lavoro.
  • Allenare un lessico interno che valorizzi il “non fare”
  1. Condividere con le persone intorno (colleghi, clienti, amici) questa prospettiva, per costruire una cultura in cui la pluralità non è un lusso, ma un requisito.

 

Gli studi sulla leadership attestano che c’è una continua evoluzione delle pratiche manageriali nelle organizzazioni contemporanee. In questo periodo così buio osservo il pullulare di stili emergenti, tra cui la leadership agile, la leadership di servizio e la leadership autentica ma anche la leadership difensiva-oscura.

Tutti questi stili riflettono la necessità di adattarsi a un contesto in costante cambiamento per rispondere alle sfide complesse e alle aspettative mutevoli della società.

Visto che la qualità della leadership influenza direttamente la capacità di un’organizzazione di adattarsi alle nuove sfide del contesto, nonché di conseguenza la sua stessa sopravvivenza (Warrilow, 2010), i primi 3 stili di leadership citati riflettono un manager che assume a tutti gli effetti la responsabilità di instillare fiducia ed ispirare un senso di scopo, sentendo l’esigenza di interagire con un contesto in cui concetti come flessibilità, inclusione e responsabilità sociale diventano cardini.

Sono espressione di manager che attraverso l’incoraggiamento personale, la visione e la determinazione, guidano l’organizzazione alla crescita, anche attraverso periodi di transizione e cambiamento. In tal senso, questo stile di management riconosce soprattutto la necessità di canalizzare la motivazione delle persone per gestire le sfide contemporanee.

L’ultimo stile manageriale citato, quello del leader oscuro, invece, è povero di attenzione alla dimensione umana e mette infatti in atto effetti sistemici negativi che, provocano a catena una serie di eventi e mancati risultati, soprattutto rispetto alla soddisfazione e al benessere delle persone e dell’organizzazione, avendo come focalizzazione prioritaria il proprio tornaconto.

A mio avviso nei sistemi ad alta incertezza prosperano leadership difensive (narcisismo e masochismo).

 

Vediamo un po’ le caratteristiche che osservo nelle organizzazioni, in questo periodo, e sono espressione di questo buio che accennavo:

  • insicurezza identitaria
  • ipercompetizione
  • culture orientate solo al risultato
  • mancanza di alfabetizzazione emotiva
  • sistemi di incentivi che premiano l’egocentrismo

 

In periodi di crisi e ambiguità, quando l’ansia collettiva cresce, emergono figure che promettono controllo, semplificazione e centralità del sé.

 

Il narcisismo può essere letto, in parte, come strategia di regolazione dell’insicurezza di cui accennavo.

 

Con il termine masochismo, invece, in ambito scientifico si parlerebbe piuttosto di:

  • dipendenza da leadership forti
  • sottomissione a dinamiche tossiche
  • identificazione con l’aggressore
  • learned helplessness

 

Ma ciò che rassicura nel breve termine, nel medio periodo impoverisce il tessuto umano dell’organizzazione.

Questa mia idea, formulata dalla mia esperienza sul campo, è pienamente supportata dalla letteratura psicologia organizzativa, la teoria dei sistemi complessi e la leadership studies (Kets de Vries, per esempio).

 

Le ricerche mostrano che la leadership distruttiva è associata a:

  • calo di soddisfazione lavorativa
  • aumento di burnout e stress
  • comportamenti controproduttivi
  • silenzio organizzativo
  • turnover
  • riduzione della performance collettiva

 

Non nutrire nell’organizzazione una cultura manageriale efficace non è solo un problema etico:

è un problema sistemico.

 

Vorrei ora condividere con voi questi stili di leadership difensive a cosa rispettivamente puntano, così che si possa cogliere concretamente il danno per il sistema vivente organizzativo.

 

I tratti del narcisista sono:

  • grandiosità
  • bisogno di ammirazione
  • manipolazione
  • sfruttamento degli altri
  • mancanza di empatia, arroganza e presunzione

 

I tratti del masochista sono:

  • sabotaggio di sé, in situazioni lavorative frustranti
  • accettare compiti sgradevoli
  • criticarsi sempre
  • non saper dire no, per compiacenza o per vanità per poi essere arrabbiati e inutilmente stanchi
  • lavorare fino allo sfinimento per aspettative altrui
  • lamentarsi, senza far nulla per cambiare le cose

 

Si evince che l’attrazione tra narcisista e masochista è fatale…

Non perché siano “cattivi”, ma perché si riconoscono nelle rispettive ferite. Insieme costruiscono organizzazioni performanti nel breve e svuotate nel lungo. È un intreccio di intensità ma non di vitalità: dominio e compiacenza, grandiosità e autosvalutazione, controllo e sfinimento.

I sistemi viventi non prosperano sotto il controllo ossessivo né sotto il sacrificio cronico. Prosperano nella fiducia, nella responsabilità condivisa, nella maturità emotiva.

 

Se questa è un’epoca buia, la risposta può essere solo una leadership consapevole che integra:

  • visione e ascolto
  • risultato e senso.

 

La domanda che dovremmo iniziare a porci non è: Che leader vogliamo avere?

Ma:
Che tipo di maturità psicologica siamo disposti a coltivare come sistema?…. vedasi imputabilità di cui ho scritto nel mio blog.

Per me, oggi, questo è il vero terreno strategico.

 

 

 

Imputabilità smarrita

Siamo tutti vittime di un’invisibile impunità quotidiana. La riconosci?

Sempre più spesso sento:

  • Il collaboratore: “Credo che nulla cambierà”.
  • Il manager: “Non mi seguono.”
  • L’organizzazione: “Non ci sono persone motivate.”

E poi osservo:

  • Una riunione dove tutti aspettano che qualcun altro prenda l’iniziativa.

E l’organizzazione mi riferisce:

  • Di un progetto che fallisce perché nessuno prende responsabilità sui piccoli dettagli fondamentali.

Un gioco di specchi dove tutti fanno il “gioco della caccia all’errore” e nessuno cerca il centro.

Questa narrazione resiste, si insinua nelle conversazioni aziendali, nei feedback, nei corridoi.

Ci anestetizza.

 

Io non voglio mettere in discussione il vissuto delle persone.

Vorrei evidenziare, invece, quanto l’imputabilità ha perso la centralità nella nostra vita.

Senza un lavoro profondo sull’imputabilità personale, non ci sarà una crescita reale della persona e dell’organizzazione.

Imputabilità viene dal latino imputare, ovvero attribuire a qualcuno un fatto, una responsabilità, una colpa.

Il significato che mi interessa, però, è quello psicologico: la capacità di essere responsabili dei propri atti, alla luce della propria consapevolezza e maturità.

È agire da soggetto e non da spettatore (A. Bandura), ovvero la percezione di poter incidere, influire, dire di sì o di no.

 

Abbiamo smesso di allenarla?

Abbiamo smesso di crescere come individui in termini di imputabilità, non perché siamo meno adulti, ma perché la complessità ci spinge a difenderci, a rifuggire o immobilizzarci più che ad assumerci scelte.

 

La perdita di imputabilità, allora, non è mancanza di volontà.

È una risposta neurofisiologica difensiva a contesti ansiogeni e/o ipercomplessi, dove la mente, per sopravvivere, riduce la propria capacità di scelta.

Quando l’ambiente trasmette insicurezza, ambiguità, il sistema nervoso focalizza tutte le energie sulla minaccia e/o pericolo, non privilegia la scelta ma la sopravvivenza.

Non è pigrizia, ma autoprotezione.

La mente entra in:

  • attacco
  • fuga
  • congelamento
  • compiacenza

In questi stati, l’accesso alle funzioni esecutive superiori si restringe.
Non pensiamo: reagiamo.
E reagendo, cediamo la nostra scelta.

Solo che, nel lungo periodo, questa difesa ci svuota: smettiamo di percepirci come soggetti attivi e diventiamo spettatori delle nostre stesse giornate.

 

Viviamo il mondo come ostile (ipervigilanza), anticipiamo il nemico e/o ci sentiamo rassegnati o paralizzati, impoverendo o dimenticando la nostra parte nel tutto.

Senza imputabilità non c’è scelta, solo reazione, perché la scelta diventa inconsapevole.

A chi stai delegando oggi la tua imputabilità?

  • al capo?
  • al contesto?
  • alla paura del conflitto?
  • alla stanchezza?
  • alla rassegnazione?

 

E se la vera leva di trasformazione non fosse solamente la leadership, ma la nostra imputabilità personale?

Cosa cambierebbe nel modo in cui abitiamo il lavoro?

 

Senza imputabilità nasce anche la negazione dei bisogni, perché la responsabilità nasce dal contatto con ciò che per noi è vero e necessario.

Quando non riconosciamo ciò di cui abbiamo davvero bisogno (ascolto, chiarezza, senso, appartenenza, soddisfazione) smettiamo di riconoscere anche la nostra parte nelle cose.

Il bisogno negato non scompare: si traveste da rimuginio, da accusa, da rassegnazione, da distanza, da inerzia. È il modo in cui la psiche cerca di proteggersi da ciò che non riesce ancora a nominare (D. Winnicott).

Così, passo dopo passo, delego a qualcun altro la mia vita.

È una forma di impunità che non nasce dal potere, ma da un locus di controllo spostato fuori da sé: quando crediamo che la scelta non ci appartenga più, ma dipende dal contesto, dagli altri, dalle regole, dal sistema (J. Rotter).

 

E nel tempo, ci svuota.

Perché dove i bisogni vengono negati, la responsabilità personale si dissolve.

E senza imputabilità, nessuno può davvero incontrare l’altro: il bisogno dell’altro diventa minaccia, peso, interferenza, fatica, noia, apatia, inutilità. Lo spazio relazionale si svuota.

 

Le organizzazioni non sono strutture astratte: sono ecosistemi di scelte umane.

Quando l’individuo abdica alla propria imputabilità, il sistema perde direzione (Karl E. Weick).

 

Eppure, nessuna trasformazione autentica nasce da un solo individuo: diventa possibile solo quando l’imputabilità personale incontra quella collettiva.

 

Nelle organizzazioni complesse questo equilibrio è vitale.

Perché più cresce la complessità, più aumenta la tentazione di negare i propri bisogni, per adattarsi e preservare le energie, per sopravvivere con rassegnazione, per non disturbare ed evitare il conflitto.

Ma ogni bisogno negato genera reazioni, sfiducia in sé, distanza dagli altri e dal mondo.

 

La trasformazione non comincia solo da un modello di leadership più nuovo. Nasce da una ri-educazione alla responsabilità personale.

Allenare l’imputabilità, allora, significa:

  • dare voce ai bisogni senza trasformarli in pretese.
  • riconoscere lo spazio di scelta e decisione, anche quando il contesto è imperfetto.
  • restare adulti nelle relazioni, tenendo insieme autonomia e vulnerabilità, anche in sistemi che infantilizzano.
  • Costruire “spazi dialogici”, dove i conflitti non si evitano ma diventano costruttivi.

Solo così un’organizzazione prosperare, non come luogo dove si obbedisce, ci si immobilizza, facendo il “minimo”, si resiste, ma come spazio di vita professionale piena.

 

La trasformazione non comincia dall’alto. Comincia da un atto semplice, chiedendosi:” Questo mi serve per lavorare con soddisfazione? “

Non per chiedere di più, ma per tornare ad essere presenti.