Fermarsi e imparare a pensare non è un lusso intellettuale. Platone descriveva il pensiero come il dialogo silenzioso che l’anima intrattiene con sé stessa: un interrogarsi, rispondersi, affermare e negare prima di formulare un’opinione. Questa immagine antica acquista oggi una sorprendente attualità.
Da alcuni anni, anche nelle organizzazioni, è entrata nel nostro vocabolario la parola “disimparare”. Contiene un’intuizione preziosa, ovvero che disimparare non significa aderire acriticamente a ogni novità. Per apprendere davvero il nuovo, infatti, talvolta occorre mettere in discussione automatismi, categorie e certezze che non ci aiutano più a leggere la realtà.
Il primo assunto da abbandonare è forse proprio l’idea che ogni progresso tecnologico coincida, in senso assoluto, con un’evoluzione umana. In questa distinzione a mio avviso si innesta la trasformazione culturale e generazionale prodotta dall’intelligenza artificiale.
L’AI rappresenta un’opportunità che abbiamo il dovere di conoscere e apprendere come comunità, perché può generare valore. Apprenderla non significa accettarne passivamente il “libretto di istruzioni”. Significa comprendere che cosa fa, che cosa non fa e, soprattutto, che cosa rischiamo di delegarle.
Proviamo allora a comprendere meglio il funzionamento dello strumento. Un modello linguistico elabora il prompt ricevuto stimando la probabilità dei token e delle sequenze linguistiche che possono seguirlo. Non “sa” nel senso umano del termine. Produce un risultato plausibile sulla base di regolarità apprese. Proprio per questo la fluidità di una risposta non ne garantisce la verità, la pertinenza o il valore. Il NIST include infatti tra i rischi dell’AI generativa sia la produzione di contenuti falsi o fuorvianti sia l’antropomorfizzazione, che può indurre a sopravvalutare le capacità del sistema.
Durante la Conferenza ICF Italia 2026, dedicata all’integrazione fra umanità e innovazione, Andrea Colamedici ha invitato a non farci bastare la “produzione mediana dell’AI”. Il punto non è rifiutare lo strumento, ma evitare che l’efficienza della risposta sostituisca la qualità del pensiero.
La sfida è passare da semplici utilizzatori a creatori capaci di interrogare, selezionare e trasformare ciò che la macchina restituisce. È una prospettiva che attraversa anche il contributo di Emanuele Frontoni.
Da questa distinzione emergono almeno quattro rischi, come ha ricordato Andrea De Mauro nel suo intervento.
” Il primo è epistemico. L’AI non conosce la realtà e non verifica necessariamente la verità di ciò che afferma. Genera linguaggio secondo criteri probabilistici. Se confondiamo plausibilità e conoscenza, possiamo assumere informazioni errate come basi delle nostre decisioni.
” Il secondo è affettivo. L’AI non è interessata a noi, non prova cura, empatia o partecipazione, anche quando il suo linguaggio ce ne offre un’impressione molto convincente. La tendenza ad assecondare le premesse e le opinioni dell’utente, definita sycophancy, è stata osservata soprattutto nelle domande soggettive. Il sistema può ricavare dal contesto non soltanto che cosa desideriamo sentirci dire, ma anche quale formulazione risulterà più convincente o gratificante per noi.
” Il terzo è agentico. L’AI può produrre un completamento o eseguire una sequenza operativa, ma non possiede intenzionalità e responsabilità paragonabili a quelle umane. Attribuirle un’autonomia che non ha rischia di indebolire il nostro senso di autorialità: “lo ha detto l’algoritmo” può diventare il modo più rapido per sottrarsi alla responsabilità della scelta.
” Il quarto è morale. Possiamo attribuire alla macchina un’autorità morale che non possiede. L’AI non prende decisioni “giuste”. Propone risultati coerenti con dati, istruzioni e criteri incorporati nel sistema. Gli studi sull’antropomorfizzazione avvertono che considerare l’AI un agente morale può distorcere fiducia e responsabilità, spostandole dalle persone e dalle organizzazioni che progettano, adottano e utilizzano questi strumenti.
Se l’intento non è demonizzare l’AI, ma sollecitare il pensiero critico, emergono almeno due possibili risposte.
1. La prima è ricordare l’importanza di essere corpo.
Nel suo intervento “Il corpo come bussola nell’era dell’IA”, Maura Amelia Bonanno ha riportato l’attenzione sul corpo, sul respiro e sul sistema nervoso, ricordando che la relazione resta un’esperienza incarnata.
Il corpo sente e può offrire una direzione, anche quando occorre decidere. La ricerca sull’interocezione, la capacità di percepire e interpretare i segnali interni del corpo, ne evidenzia il legame con regolazione emotiva e processi decisionali, pur mostrando che la relazione non è semplice né sempre univoca.
Davanti a una risposta dell’AI, allora, tendiamo a chiederci se sia corretta. Occorre aggiungere altre domande che attivino insieme pensiero e sentire: Su quali fonti si fonda? Quali ipotesi assume? Quali prospettive esclude? Che cosa potrebbe smentirla? Che cosa produce in me questa informazione? Genera apertura o restrizione? Come mi fa sentire? Quali bisogni non trovano spazio? Che cosa sto trascurando? Non si tratta di sostituire la verifica razionale con una sensazione, ma di integrare dati, pensiero, esperienza e consapevolezza corporea.
Il rischio, altrimenti, è duplice: antropomorfizzare la macchina e, nello stesso tempo, meccanizzare l’essere umano. Vivere per automatismi, delegando progressivamente giudizio, immaginazione e responsabilità, significa adattarsi alla logica dello strumento anziché utilizzarlo al servizio di una vita più pienamente umana.
2. La seconda risposta è reimparare a pensare nella relazione. Pensare può essere inteso come una pratica di eleganza, nel significato originario di eligere: scegliere, distinguere, far emergere una forma dall’indistinto. Questa capacità non si allena soltanto nell’interiorità, perché per scegliere meglio occorre l’alterità. Occorre incontrare una prospettiva che non confermi automaticamente la nostra, ma che la interroghi, la allarghi e qualche volta la contraddica. In questa prospettiva, il conflitto non coincide con lo scontro: può diventare “desiderio di superamento reciproco”. Come ha suggerito Colamedici, l’alterità è lo sprone capace di generare eleganza.
In questa prospettiva la relazione umana rivela il proprio valore insostituibile. Un interlocutore reale non è costruito per compiacerci, porta una storia, un corpo, una sensibilità e un sistema di valori differenti. Ci espone all’imprevisto e ci obbliga a rinegoziare il nostro punto di vista.
Che cosa siamo chiamati a rinegoziare, dunque, con l’avvento dell’AI? Prima di tutto, il nostro rapporto con il pensiero. Non basta formulare prompt più sofisticati, occorre diventare più consapevoli del processo con cui accogliamo, valutiamo e trasformiamo le risposte.
Pensare la plausibilità prodotta dall’AI come creatori e non come utilizzatori, riprendendo lo spunto di Emanuele Frontoni, significa non fermarsi all’output. Significa verificarlo, metterlo in discussione, confrontarlo con altre persone, assumerne le implicazioni e decidere che cosa farne. La responsabilità finale non appartiene alla macchina rimane umana.
Per usare al meglio l’intelligenza artificiale occorre quindi coltivare proprio ciò che essa non può vivere al nostro posto: sentire, sostare nell’incertezza, incontrare l’alterità, attribuire valore e rispondere delle proprie scelte. L’AI può ampliare le possibilità del pensiero. Spetta all’essere umano preservare e allenare la capacità di pensare, sentire e scegliere nella relazione, perché il progresso diventi davvero evoluzione.
La questione, allora, non è soltanto quanto diventerà intelligente l’AI. È quanto saremo disposti a restare vigili, sensibili e responsabili noi. Quali capacità umane sentiamo oggi più urgente tornare ad allenare?
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