Imputabilità smarrita
Siamo tutti vittime di un’invisibile impunità quotidiana. La riconosci?
Sempre più spesso sento:
E poi osservo:
E l’organizzazione mi riferisce:
Un gioco di specchi dove tutti fanno il “gioco della caccia all’errore” e nessuno cerca il centro.
Questa narrazione resiste, si insinua nelle conversazioni aziendali, nei feedback, nei corridoi.
Ci anestetizza.
Io non voglio mettere in discussione il vissuto delle persone.
Vorrei evidenziare, invece, quanto l’imputabilità ha perso la centralità nella nostra vita.
Senza un lavoro profondo sull’imputabilità personale, non ci sarà una crescita reale della persona e dell’organizzazione.
Imputabilità viene dal latino imputare, ovvero attribuire a qualcuno un fatto, una responsabilità, una colpa.
Il significato che mi interessa, però, è quello psicologico: la capacità di essere responsabili dei propri atti, alla luce della propria consapevolezza e maturità.
È agire da soggetto e non da spettatore (A. Bandura), ovvero la percezione di poter incidere, influire, dire di sì o di no.
Abbiamo smesso di allenarla?
Abbiamo smesso di crescere come individui in termini di imputabilità, non perché siamo meno adulti, ma perché la complessità ci spinge a difenderci, a rifuggire o immobilizzarci più che ad assumerci scelte.
La perdita di imputabilità, allora, non è mancanza di volontà.
È una risposta neurofisiologica difensiva a contesti ansiogeni e/o ipercomplessi, dove la mente, per sopravvivere, riduce la propria capacità di scelta.
Quando l’ambiente trasmette insicurezza, ambiguità, il sistema nervoso focalizza tutte le energie sulla minaccia e/o pericolo, non privilegia la scelta ma la sopravvivenza.
Non è pigrizia, ma autoprotezione.
La mente entra in:
In questi stati, l’accesso alle funzioni esecutive superiori si restringe.
Non pensiamo: reagiamo.
E reagendo, cediamo la nostra scelta.
Solo che, nel lungo periodo, questa difesa ci svuota: smettiamo di percepirci come soggetti attivi e diventiamo spettatori delle nostre stesse giornate.
Viviamo il mondo come ostile (ipervigilanza), anticipiamo il nemico e/o ci sentiamo rassegnati o paralizzati, impoverendo o dimenticando la nostra parte nel tutto.
Senza imputabilità non c’è scelta, solo reazione, perché la scelta diventa inconsapevole.
A chi stai delegando oggi la tua imputabilità?
E se la vera leva di trasformazione non fosse solamente la leadership, ma la nostra imputabilità personale?
Cosa cambierebbe nel modo in cui abitiamo il lavoro?
Senza imputabilità nasce anche la negazione dei bisogni, perché la responsabilità nasce dal contatto con ciò che per noi è vero e necessario.
Quando non riconosciamo ciò di cui abbiamo davvero bisogno (ascolto, chiarezza, senso, appartenenza, soddisfazione) smettiamo di riconoscere anche la nostra parte nelle cose.
Il bisogno negato non scompare: si traveste da rimuginio, da accusa, da rassegnazione, da distanza, da inerzia. È il modo in cui la psiche cerca di proteggersi da ciò che non riesce ancora a nominare (D. Winnicott).
Così, passo dopo passo, delego a qualcun altro la mia vita.
È una forma di impunità che non nasce dal potere, ma da un locus di controllo spostato fuori da sé: quando crediamo che la scelta non ci appartenga più, ma dipende dal contesto, dagli altri, dalle regole, dal sistema (J. Rotter).
E nel tempo, ci svuota.
Perché dove i bisogni vengono negati, la responsabilità personale si dissolve.
E senza imputabilità, nessuno può davvero incontrare l’altro: il bisogno dell’altro diventa minaccia, peso, interferenza, fatica, noia, apatia, inutilità. Lo spazio relazionale si svuota.
Le organizzazioni non sono strutture astratte: sono ecosistemi di scelte umane.
Quando l’individuo abdica alla propria imputabilità, il sistema perde direzione (Karl E. Weick).
Eppure, nessuna trasformazione autentica nasce da un solo individuo: diventa possibile solo quando l’imputabilità personale incontra quella collettiva.
Nelle organizzazioni complesse questo equilibrio è vitale.
Perché più cresce la complessità, più aumenta la tentazione di negare i propri bisogni, per adattarsi e preservare le energie, per sopravvivere con rassegnazione, per non disturbare ed evitare il conflitto.
Ma ogni bisogno negato genera reazioni, sfiducia in sé, distanza dagli altri e dal mondo.
La trasformazione non comincia solo da un modello di leadership più nuovo. Nasce da una ri-educazione alla responsabilità personale.
Allenare l’imputabilità, allora, significa:
Solo così un’organizzazione prosperare, non come luogo dove si obbedisce, ci si immobilizza, facendo il “minimo”, si resiste, ma come spazio di vita professionale piena.
La trasformazione non comincia dall’alto. Comincia da un atto semplice, chiedendosi:” Questo mi serve per lavorare con soddisfazione? “
Non per chiedere di più, ma per tornare ad essere presenti.